Immagina una grande aula di tribunale. Tavoli coperti di pergamene, giudici che discutono, cittadini in attesa di una sentenza. Senza regole chiare, tutto si fermerebbe. Il diritto è questo: l’insieme delle leggi che permette a una società di funzionare. È ciò che stabilisce che cosa è giusto e che cosa è vietato, come si risolvono i conflitti, chi ha il potere di decidere.

Ma mentre in Occidente le strutture romane si indebolivano, in Oriente un imperatore non voleva rinunciare all’eredità di Roma. Si chiamava Giustiniano e regnò nella prima metà del VI secolo. Era convinto che la forza di uno Stato dipendesse dalla chiarezza delle sue leggi. Senza regole ordinate, nessun impero può durare.

Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, l’Impero romano d’Oriente continuò a esistere per quasi mille anni, fino al 1453. La sua capitale, Costantinopoli, era una città straordinaria: mura imponenti, mercati affollati, navi che collegavano Europa e Asia. Gli imperatori d’Oriente si consideravano i veri eredi di Roma. Solo più tardi, in Occidente, cominciarono a chiamarli “Bizantini”, dal nome antico della città, Bisanzio. Anche se la lingua ufficiale era ormai il greco, il diritto e le istituzioni restavano profondamente romani.

Giustiniano aveva due grandi obiettivi: rafforzare lo Stato con riforme interne e riconquistare i territori perduti in Occidente.

Per rafforzare lo Stato pensò che si dovesse mettere ordine nelle leggi. Negli ultimi secoli dell’Impero romano, le leggi si erano accumulate in modo disordinato. C’erano leggi imperiali, testi di grandi giuristi (cioè esperti di diritto), decreti e interpretazioni. Mancava una raccolta ufficiale e aggiornata. Giudici e avvocati facevano fatica a orientarsi in quella confusione.

Nel 528 Giustiniano nominò una commissione guidata dal brillante giurista Triboniano. Il compito era chiaro: eliminare le leggi superate, correggere quelle contraddittorie, unificare il materiale esistente. In un solo anno nacque il Codex Iustinianus (529), una raccolta ordinata delle leggi imperiali.

Ma l’imperatore non si fermò. Voleva salvare anche la grande tradizione dei giuristi romani. Nel 533 fu pubblicato il Digesto, cinquanta libri che raccoglievano e selezionavano parti delle opere di circa quaranta autori antichi. Fu un lavoro immenso: vennero esaminate migliaia di testi, ma solo le parti ritenute utili furono conservate.

Nello stesso anno furono pubblicate anche le Institutiones, un manuale in quattro libri destinato agli studenti di diritto. Divenne testo ufficiale per l’insegnamento. Giustiniano riorganizzò perfino le scuole: stabilì programmi precisi e regole severe per chi si preparava a diventare funzionario imperiale.

L’opera legislativa continuò con le Novelle (dal latino novellae constitutiones, “nuove leggi”), pubblicate tra il 535 e il 565. Erano scritte soprattutto in greco, la lingua più diffusa nell’Impero d’Oriente, per essere comprese da tutti. Trattavano di amministrazione, religione, vita quotidiana.

Tutto questo insieme di opere, dal XVI secolo, è chiamato Corpus iuris civilis (“Corpo del diritto civile”). È una delle raccolte giuridiche più importanti della storia. Molti sistemi giuridici europei moderni si fondano ancora su quei principi. C’è chi ha detto che, per importanza storica, solo la Bibbia abbia avuto un’influenza maggiore: un giudizio forte, ma che rende l’idea.

Negli stessi anni Giustiniano tentò anche la riconquista dell’Occidente. I suoi generali sconfissero i Vandali in Africa e gli Ostrogoti in Italia. Tuttavia queste conquiste furono fragili e non durarono a lungo dopo la sua morte. Il sogno di ricostruire l’intero Impero romano svanì.

Ma il diritto romano riorganizzato da Giustiniano sopravvisse. Mentre le frontiere cambiavano e gli eserciti si muovevano, le leggi restavano, diventando una delle eredità più solide e durature dell’antica Roma.


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