Oggi siamo abituati a pensare alle regioni come parti di un unico Stato italiano: Lombardia, Toscana, Veneto e così via. Nel Quattrocento, però, l’Italia non era ancora uno Stato unito. In questo periodo iniziarono a svilupparsi gli Stati regionali, cioè Stati abbastanza grandi da controllare non soltanto una città e il territorio intorno, ma intere aree della penisola italiana. È anche in questi secoli che cominciarono a rafforzarsi alcune identità regionali, destinate a lasciare tracce profonde nelle differenze di dialetti, tradizioni, arte e cucina che ancora oggi ci sono in Italia.
Questa trasformazione non avvenne in maniera pacifica. Il numero degli Stati in Italia diminuì attraverso una lunga serie di guerre, durante le quali quelli più forti conquistarono quelli più deboli. E le guerre non cambiarono soltanto i confini degli Stati: cambiò anche il modo di combattere. Nell’età dei comuni, la difesa della città era affidata perlopiù ai cittadini stessi. In base alle proprie possibilità economiche, alcuni combattevano a cavallo e altri a piedi. Adesso, però, gli eserciti dovevano spostarsi sempre più lontano. Un cittadino poteva accettare di prendere le armi per difendere le mura della propria città, ma non era molto convinto di partire per mesi e combattere a centinaia di chilometri da casa. Per questo gli Stati ricorsero sempre più spesso alle truppe mercenarie, cioè soldati professionisti pagati per combattere. Le guerre divennero così più costose e le spese militari aumentarono enormemente.
Alla metà del Quattrocento, dopo secoli di scontri e conquiste, cinque grandi potenze dominavano ormai la penisola italiana: Milano, Venezia, Firenze, lo Stato pontificio e il Regno di Napoli.
Milano era già da tempo una città ricca e potente. Le sue strade erano percorse da mercanti, artigiani, funzionari e uomini armati. A Milano già nella seconda metà del Duecento, il comune cominciò lentamente a trasformarsi in una signoria. Alcuni membri della famiglia Della Torre guidarono lo schieramento popolare, ottenendo spesso la carica di «anziano perpetuo del popolo». Ma fu la famiglia dei Visconti a vincere la lotta per il potere a Milano. Nel corso del Trecento ottennero più volte dall’imperatore il titolo di vicario imperiale, cioè di rappresentante dell’imperatore. La loro espansione raggiunse il culmine con Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano dal 1385 al 1402. Nel 1395 Gian Galeazzo ottenne dall’imperatore anche il titolo di principe e duca. Sotto il suo governo Milano conquistò Verona e Padova, ponendo fine alla signoria degli Scaligeri, e si spinse persino nell’Italia centrale, assoggettando Pisa, Siena, Perugia, Spoleto e Bologna. Dopo la sua morte improvvisa, molte città tornarono indipendenti. Con Filippo Maria Visconti, al potere dal 1412 al 1447, lo Stato milanese riuscì a riprendersi e tentò di recuperare parte dei territori perduti. Nel 1450 divenne duca di Milano Francesco Sforza, genero di Filippo Maria Visconti e celebre capitano di ventura, cioè un comandante professionista alla guida di truppe mercenarie.
A Venezia il sistema politico era diverso. Nel corso del Duecento si era formato un gruppo sempre più ristretto di famiglie che governava la città attraverso il Maggior Consiglio, l’assemblea alla quale spettavano alcune delle decisioni politiche più importanti. Con il passare del tempo l’accesso al Consiglio divenne riservato a un ristretto gruppo di famiglie. Per molto tempo Venezia aveva guardato soprattutto verso il mare. I suoi interessi si concentravano sulle coste dell’Adriatico e sui commerci con l’Oriente. Poi qualcosa cambiò. La concorrenza di Genova minacciava i commerci veneziani nel Mediterraneo e Venezia cominciò così a rivolgere la propria attenzione anche alla terraferma. Conquistò città e territori nel Veneto che erano già stati sottomessi prima dagli Scaligeri e poi dai signori di Milano. Verso gli anni Venti del Quattrocento furono conquistate da Venezia anche Brescia e Bergamo e così il potere veneziano arrivò così fino alla Lombardia.
Firenze seguì ancora un’altra strada. A differenza di Milano, conservò molto più a lungo le istituzioni comunali. Il sistema era stato in parte modificato per permettere la partecipazione dei nobili attraverso istituzioni come la Parte guelfa, dotata di proprie cariche politiche. Alla fine del Duecento Firenze era molto ricca grazie al denaro che veniva dai commerci con il Regno di Sicilia. Grazie alla propria ricchezza, Firenze cominciò così a esercitare una forte superiorità politica ed economica sulle città vicine. Nel corso del Trecento conquistò Pistoia, Prato, San Gimignano e Colle Val d’Elsa. In seguito, Firenze conquistò anche Arezzo e, nel 1406, Pisa.
Nell’Italia centrale c’erano città, castelli e campagne che almeno in teoria erano governati dal papa. Ma governare la Chiesa e governare direttamente un territorio erano due cose molto diverse. Durante il periodo in cui i papi vivevano ad Avignone, nelle città e nelle campagne dello Stato pontificio nacquero e si rafforzarono diverse signorie. Anche Roma attraversò una fase difficile. La lontananza della curia, cioè dell’insieme degli uffici e delle persone che collaboravano con il papa nel governo della Chiesa, contribuì a rendere gli abitanti sempre meno soddisfatti della politica della città. Fu per questo motivo che emerse Cola di Rienzo, un notaio appassionato di cultura classica. Nel 1347 occupò il Campidoglio e si proclamò «tribuno», riprendendo il nome di un’antica carica politica romana, prendendo il potere a Roma. Il suo progetto incontrò però l’opposizione dei nobili romani: una congiura lo costrinse ad allontanarsi una prima volta nel 1350 e, dopo il suo ritorno, nel 1354 venne ucciso. Il papato reagì a quello che stava succedendo nei propri territori inviando in Italia, tra il 1353 e il 1367, il cardinale Egidio Albornoz come suo rappresentante. Albornoz avviò una riorganizzazione dello Stato e cercò di riportare le città sotto il controllo del papa. In questo modo, anche il papa cominciò a trasformare un insieme diviso di territori in uno Stato regionale più unito e organizzato.
A sud, infine, la situazione era segnata dalla divisione tra il Regno angioino di Napoli e il Regno aragonese di Sicilia. Dopo la morte del re di Napoli Roberto d’Angiò, che aveva regnato dal 1309 al 1343, per il regno iniziò un periodo di difficoltà. La crisi divenne particolarmente grave alla fine del regno di Giovanna I, e le lotte per il potere indebolivano ulteriormente il regno di Napoli. La situazione cambiò definitivamente nel 1442, quando Alfonso V d’Aragona conquistò il Regno di Napoli e pose fine al governo degli Angioini. Sicilia e Italia meridionale tornarono così sotto un unico re.

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