Il rumore dell’acqua riempie l’aria. Un torrente scende veloce tra le pietre, spinge una grande ruota di legno, la fa girare senza sosta. Dentro un edificio basso e robusto, le macine di pietra stridono una contro l’altra. Un contadino entra con un sacco di grano sulle spalle. Lo svuota, aspetta, poi torna a casa con farina bianca. Questo è il mulino: una macchina che trasforma l’energia della natura in lavoro utile per l’uomo.
Un mulino è, in parole semplici, un meccanismo che sfrutta una forza naturale (l’acqua o il vento) per muovere delle pale e macinare i cereali. La diffusione dei mulini nel Basso Medioevo è il simbolo del cambiamento che sta avvenendo nell’agricoltura e che consentirà di avere molto più cibo da mangiare o da vendere.
L’Occidente medievale, tra il V e il XIV secolo, è un mondo povero di strumenti. Dopo la caduta dell’Impero romano, molte conoscenze tecniche non scompaiono, ma, anzi, si diffondono nel Medioevo più di quanto lo fossero nell’antichità. Si moltiplicano utensili, macchine e metodi già conosciuti nell’antichità, che prima erano rari.
Il mulino è un esempio perfetto. Non nasce nel Medioevo. Il mulino ad acqua, ad esempio, era conosciuto già in antichità. I Romani lo utilizzavano e l’architetto Vitruvio lo descrive nei suoi scritti. Avevano anche migliorato il modello più antico. Eppure, per secoli, continuò a essere usata anche la macina da far girare a mano, fatta girare da schiavi o animali. La vera novità del Medioevo non è l’invenzione, ma la diffusione. Nel IX secolo i mulini sono già presenti in molte regioni d’Europa. Tra l’XI e il XIV secolo il mulino idraulico si espande ovunque: lungo i fiumi, nei villaggi, vicino ai monasteri. È con il Medioevo che il mulino entra davvero nella vita quotidiana di milioni di persone.
Anche l’aratro, lo strumento che serve ad arare il terreno, ha una storia simile. L’aratro pesante medievale deriva quasi certamente dall’aratro a ruote descritto da Plinio il Vecchio nel I secolo. Nell’Alto Medioevo si diffonde lentamente e viene perfezionato. Il modello più evoluto è montato su ruote, con il vomere (la parte dell’aratro dedicata a tagliare la terra) asimmetrico, l’aggiunta del versoio (per ribaltare la terra tagliata dal vomere) e trainato da animali con un attacco più efficace. Questo strumento riesce a incidere più a fondo i terreni duri dell’Europa settentrionale. Per aumentare la produzione si ripete il lavoro più volte. Si diffonde la pratica delle tre arature, e tra XIII e XIV secolo talvolta se ne fanno quattro. Dopo la prima aratura, le zolle vengono spesso spezzate a mano. Per eliminare le erbacce si usano attrezzi semplici come forche e falcetti. A volte è necessario scavare con la vanga.
Non tutte le innovazioni, però, derivano dal mondo greco-romano. Alcune probabilmente arrivano dall’Oriente. Il mulino a vento, ad esempio, era conosciuto in Cina e in Persia già nel VII secolo. Compare in Spagna nel X secolo e si diffonde nell’Europa cristiana solo alla fine del XII.
Nonostante questi progressi, il mondo tecnico medievale resta poco sviluppato. La terra rende poco, perché gli strumenti sono imperfetti. Anche le fonti di energia sono limitate. Malgrado la crescita dei mulini ad acqua e a vento, la forza principale resta quella dell’uomo e dell’animale. Attorno all’anno Mille si diffonde però una grande innovazione: il cosiddetto “attacco moderno”. È un nuovo sistema per imbrigliare i cavalli. L’attacco antico faceva gravare il peso sulla gola dell’animale e ne ostacolava la respirazione. Il nuovo sistema sposta la trazione sulle spalle, grazie al collare rigido, e si accompagna alla ferratura a chiodi, che protegge gli zoccoli. Così il cavallo, più veloce del bue, può essere usato efficacemente nei campi e nei trasporti. Accanto al cavallo e al bue resta importante anche l’asino. È un animale meno spettacolare, ma resistente e adatto ai lavori quotidiani. L’immagine del bue e dell’asino nel presepe non è casuale: rappresenta la realtà concreta del lavoro medievale.
La terra, tuttavia, si esaurisce rapidamente. Per questo si pratica il maggese, cioè il riposo del campo per un anno, affinché recuperi fertilità. Tra XI e XIV secolo si diffonde in alcune regioni la rotazione triennale: un campo viene diviso in tre parti, una coltivata a cereali invernali, una a cereali primaverili e una lasciata a riposo. Così si sfruttano due terzi della superficie invece della metà, come avveniva con la rotazione biennale. Tuttavia questa innovazione si diffonde lentamente e non ovunque; nei climi mediterranei e nei terreni poveri prevale ancora il sistema antico della rotazione biennale.
Nonostante aratri migliorati, rotazioni più efficienti e uso crescente dei mulini, i rendimenti agricoli restano bassi. Per ottenere più cibo, gli uomini del Medioevo devono coltivare nuove terre, dissodare foreste, bonificare paludi. L’agricoltura è dunque soprattutto estensiva: cresce ampliando le superfici, più che aumentando la produttività di ogni singolo campo.

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