Che fine hanno fatto i partiti della Prima Repubblica? Che cos’è successo in Italia tra la caduta del Muro di Berlino e l’ascesa di Berlusconi? Per capirlo, bisogna immaginare una frana che inizia con una piccola crepa e finisce per travolgere un intero sistema. Così è stata quella che i giornalisti hanno chiamato Tangentopoli.

All’inizio degli anni ’90, due eventi fecero crollare le fondamenta del sistema: la fine della Guerra Fredda e lo scandalo Mani Pulite. Il primo evento cambiò il mondo: nel 1989 il Muro di Berlino cadde, e con lui l’equilibrio su cui si reggeva anche la politica italiana, divisa tra comunisti e anticomunisti. Il PCI si sciolse e diventò Partito Democratico della Sinistra (PDS), cercando una nuova identità in un mondo dove il comunismo non era più il nemico numero uno.

Il secondo evento arrivò da Milano. Era il 1992 quando un magistrato, Antonio Di Pietro, fece arrestare Mario Chiesa, un esponente del PSI, beccato con una tangente in mano. Nessuno sapeva ancora che quel piccolo arresto avrebbe scoperchiato un vaso di Pandora. L’inchiesta prese il nome di Mani Pulite e fu guidata da un gruppo di magistrati — il cosiddetto “pool” — con nomi che diventeranno celebri: Borrelli, Colombo, Davigo, lo stesso Di Pietro.

Uno dopo l’altro, i partiti tradizionali vennero travolti. Il PSI di Craxi, la DC di Forlani e Citaristi, il PLI, il PRI, il PSDI: tutti toccati da indagini, scandali, dimissioni. A un certo punto, sembrò che il Parlamento fosse diventato un’aula di tribunale. Perfino Craxi, primo ministro italiano negli anni ’80, fino ad allora intoccabile, ricevette avvisi di garanzia e si dimise.

Nel frattempo, gli italiani erano stanchi. Nel referendum del 1993, l’83% votò per abbandonare il sistema elettorale proporzionale e passare a uno maggioritario. Era la fine della “vecchia politica”, almeno nelle intenzioni. La legge elettorale la scrisse il futuro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e da quel momento la politica italiana entrò in una nuova stagione di trasformismi e alleanze lampo.

In mezzo a tutto questo, ecco che arriva lui: Silvio Berlusconi. Imprenditore milanese, padrone della televisione commerciale, presidente del Milan, fonda Forza Italia nel 1994. Non ha mai fatto politica prima, ma si presenta in TV con una videocassetta registrata nella sua villa. Parla di miracoli italiani e di libertà, si rivolge direttamente agli italiani: «L’Italia è il Paese che amo». Il suo messaggio spacca in due il Paese: entusiasmo da una parte, sospetto dall’altra.

Berlusconi vince le elezioni del marzo 1994, ma il suo governo dura solo sette mesi. La Lega Nord di Umberto Bossi, alleata iniziale, gli toglie la fiducia. A novembre, mentre partecipa a un convegno ONU a Napoli, riceve un avviso di garanzia per corruzione: un evento che segna un prima e un dopo nella politica italiana. Lo sostituirà un governo tecnico guidato da Lamberto Dini, che nel 1995 riforma le pensioni e riduce il debito.

Nel 1996, le elezioni le vince Romano Prodi, a capo dell’Ulivo, una coalizione di centro-sinistra. Con lui nasce l’idea che l’Italia possa finalmente entrare in Europa sul serio: serve risanare i conti, rispettare i parametri di Maastricht, ridurre il debito. I sacrifici sono tanti e colpiscono soprattutto i più deboli.

Da lì in poi, l’Italia entra in un’altalena politica. Centrodestra e centrosinistra si alternano senza mai trovare stabilità. Poi, nel 2008, arriva lo tsunami: la grande crisi economica globale, partita dagli USA, si abbatte sull’Europa e in particolare sui paesi del Sud, tra cui l’Italia. Il debito pubblico cresce, lo spread (cioè la differenza tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi) schizza alle stelle. Nel 2011, Berlusconi si dimette. Il Presidente Napolitano nomina Mario Monti, tecnico ed ex commissario europeo, per guidare il Paese fuori dalla tempesta.

Ma qualcosa si è rotto. La fiducia nella politica tradizionale crolla. Nel 2013 e poi ancora nel 2018, a dominare la scena sono due outsider: il Movimento 5 Stelle, fondato dal comico Beppe Grillo, e la Lega di Matteo Salvini, che abbandona il nordismo per un nazionalismo aggressivo. Le elezioni del 2018 segnano la fine del bipolarismo classico: nasce un governo inedito, con Giuseppe Conte come presidente del Consiglio e Salvini e Luigi Di Maio del M5S come vicepremier.

Poi arriva il Covid-19 e tutto cambia ancora. Conte guida anche il secondo governo, stavolta con il Partito Democratico, affrontando l’emergenza sanitaria. Nel 2021 è la volta di un nuovo governo tecnico, guidato da Mario Draghi, simbolo di stabilità per l’Europa. Ma nel 2022, le urne portano al governo la destra di Giorgia Meloni, prima donna Presidente del Consiglio nella storia italiana.


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