Com’era l’Italia all’inizio degli anni Cinquanta? Un paese contadino, affollato e giovanissimo: 47 milioni e mezzo di abitanti, la maggior parte ancora legati alla terra. I bambini erano tantissimi – uno su quattro aveva meno di 15 anni – mentre gli anziani sopra i 65 erano appena l’8%. Le famiglie erano grandi, con due o tre figli per ogni donna, ma i soldi erano pochi. Molto pochi. Il reddito medio italiano era un ottavo di quello inglese. E la carne? Si mangiava, forse, una volta a settimana.
Nel 1953 un’inchiesta parlamentare registrava due milioni di disoccupati. Il 65% degli italiani non mangiava carne con regolarità. Il 21% viveva in case senza bagno. Il tasso di mortalità infantile era il più alto dell’Europa occidentale. Eppure, proprio in quegli anni bui, qualcosa cominciò a muoversi.
A metà degli anni ’50, l’Italia entra in un’epoca di crescita travolgente. I giornali iniziano a parlare di “miracolo economico”. Il PIL cresce del 6,7% l’anno, e nel giro di un decennio l’Italia raggiunge i livelli economici di Francia e Inghilterra, superando tutti in Europa – tranne la Germania Ovest. Un “segreto” dello sviluppo italiano era la presenza di salari bassi e molta manodopera disponibile. Così gli imprenditori accumulavano profitti e reinvestivano in produzione.
Anche il Mezzogiorno conobbe la crescita. Il suo PIL aumentò quasi del 5% annuo tra il 1955 e il 1964. Ma il vero motore nascosto fu l’emigrazione: due milioni e mezzo di persone partirono dal Sud, un milione e 300mila si trasferirono al Centro-Nord, andando a ingrossare le fila degli operai delle fabbriche. Come all’inizio del Novecento, il Sud “esportava” braccia, che permettevano al Nord di crescere più in fretta. Il divario tra Nord e Sud sembrava ridursi, ma sotto la superficie restavano forti squilibri: tra città e campagna, tra industrializzati e marginali.
Nel 1954 la televisione iniziò ad entrare nelle case degli italiani. All’inizio era un lusso per pochi, poi si diffuse ovunque. Fu la TV, insieme agli elettrodomestici (frigoriferi, lavatrici, aspirapolveri, frullatori…), a cambiare le abitudini e il linguaggio, dando vita a una vera unificazione culturale. Per la prima volta, le famiglie italiane guardavano gli stessi programmi, usavano le stesse parole, inseguivano lo stesso sogno di benessere. Mentre la Chiesa guardava con sospetto al consumismo, molti italiani si emozionavano davanti alle pubblicità di cucine moderne, automobili e vestiti nuovi.
Ma non tutti sognavano allo stesso modo: gli operai e gli intellettuali di sinistra guardavano con rispetto all’Unione Sovietica, vista come un’alternativa al capitalismo, nonostante le notizie sul terrore stalinista cominciassero a circolare.
A trainare questa trasformazione fu l’industria meccanica (auto ed elettrodomestici), la petrolchimica, la chimica delle fibre sintetiche e l’industria della gomma. Il triangolo industriale Milano-Torino-Genova restava centrale, ma si allargava verso il Veneto, l’Emilia, la Toscana. A questo sviluppo partecipò anche lo Stato, con le aziende pubbliche dell’IRI e soprattutto con l’ENI di Enrico Mattei, che sfidava i giganti americani e anglo-olandesi nel mercato del petrolio.
A quindici anni dalla fine della guerra, l’Italia non era più la stessa. Aveva fatto un salto gigantesco nel benessere, nei consumi, nelle abitudini. Un paese povero, contadino, reduce da una guerra disastrosa, si ritrovava moderno, industrializzato e protagonista del mondo.

Lascia un commento