Immagina un planisfero della Guerra Fredda colorato a blocchi: blu da una parte, rosso dall’altra. E poi, a sorpresa, un terzo colore che non vuole confondersi con nessuno dei due. È l’idea di essere “non allineato”: non arruolato né con gli Stati Uniti né con l’Unione Sovietica, deciso a tenersi fuori dal braccio di ferro tra superpotenze.

Quel terzo colore prende forma con la decolonizzazione: decine di ex colonie europee in Africa e in Asia diventano indipendenti dopo la Seconda guerra mondiale; anche gran parte dell’America Latina, legata a vecchie dipendenze economiche e politiche, si riconosce in quella condizione periferica rispetto al “centro” industriale del mondo. Nasce così l’etichetta “Terzo Mondo”. Il termine circola dal 1952, in contrapposizione al “Primo mondo” dei paesi capitalistici sviluppati e al “Secondo mondo” dei paesi comunisti. Certo, mettere nello stesso cassetto Egitto e Gabon, India e Papua Nuova Guinea è una forzatura; eppure la categoria dice qualcosa di vero: quei paesi sono più poveri rispetto al mondo “sviluppato”, ma non credono che si possa arrivare allo sviluppo solo col libero mercato e l’iniziativa privata. E con la morsa della Guerra fredda che stringe il pianeta, chi può cerca di evitare di finire agganciato a uno dei due sistemi di alleanze: in fondo, l’incubo è sempre lo stesso, una terza guerra mondiale combattuta a casa propria.

Questo non significa che i non allineati mettano sullo stesso piano i due blocchi. I volti che ispirano il movimento (il primo grande incontro tra i paesi “non allineati” è a Bandung, in Indonesia, nel 1955) sono ex rivoluzionari delle ex colonie come Jawaharlal Nehru, Sukarno, Gamal Abdel Nasser, e un comunista dissidente, il maresciallo Tito della Jugoslavia. Quasi tutti parlano di socialismo “nazionale”, cioè diverso dal modello sovietico: c’è persino chi lo declina in chiave buddhista e monarchica, come in Cambogia. Molti guardano con una certa simpatia all’URSS, o almeno non disdegnano aiuti economici e militari da Mosca; del resto, gli Stati Uniti, abbandonate le vecchie posture anticoloniali, spesso si appoggiano alle forze più conservatrici del Terzo Mondo.

Dopo la rivoluzione cubana del 1959, l’onda non allineata tocca anche le Americhe: non sorprende che, tra le repubbliche latinoamericane, aderiscano soprattutto quelle meno inclini alla sfera d’influenza statunitense. L’idea è semplice e concreta: non farsi trascinare nello scontro tra superpotenze, perché, come aveva mostrato la guerra di Corea, gli scontri tra Stati Uniti e Russia si combattevano nelle città e nei villaggi di Asia, Africa e America Latina. E più la frontiera europea tra i due blocchi si stabilizza, più il rischio di guerra si sposta lontano da lì.

Eppure, anche se il duello tra le superpotenze domina e in parte stabilizza le relazioni tra Stati, queste non rimangono sempre tranquille. Nel Medio Oriente e nel Nord del subcontinente indiano le tensioni locali, spesso autonome rispetto alla Guerra fredda, diventano conflitti ricorrenti che, a ondate, si trasformano in guerre aperte. È il lato meno cinematografico del Terzo Mondo: non il palco dei blocchi, ma il retroscena dove si pagano i conti della storia coloniale, delle frontiere disegnate col righello, delle risorse contese.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *