Cos’è, quindi, la guerra fredda? Una guerra senza scontri diretti tra i due rivali, fatta di blocchi, alleanze, spie, propaganda, piani economici e di una paura nuova che corre per il pianeta: la bomba atomica. Dopo la dimostrazione di forza degli Stati Uniti, anche l’Unione Sovietica si dota dell’arma nucleare. Finché la bomba resta un monopolio americano il problema sembra contenuto; quando entrambe le superpotenze la possiedono, nasce l’incubo del “se uno colpisce, l’altro risponde”, e a quel punto perdono tutti. È la logica della deterrenza: la minaccia dell’uso dell’atomica trattiene lo scontro diretto. “Fredda” quindi, perché non si combatte in campo aperto tra Washington e Mosca; caldissima, però, per chi sta in mezzo, tra città divise, confini chiusi e crisi internazionali. E allora, come si combatté? Facciamo un passo indietro e vediamo come iniziò.

Tutto inizia con un discorso destinato a cambiare il corso della storia europea. Il 5 giugno 1947, il segretario di Stato americano George Marshall prende la parola durante una cerimonia all’Università di Harvard. Davanti a un pubblico di studenti, annuncia non una guerra, ma un piano: un vasto programma di ricostruzione economica, che passerà alla storia come Piano Marshall.

Gli Stati Uniti hanno capito che un’Europa stremata dalla guerra non rappresenta solo una crisi umanitaria: è anche un problema geopolitico. Se i paesi europei non si rialzano in fretta, il vuoto potrebbe essere riempito dall’Unione Sovietica. Il comunismo fa paura, certo, ma ciò che davvero preoccupa è l’espansione dell’influenza sovietica, più che i partiti comunisti in sé.

Il Piano Marshall, operativo dal 1948, è quindi molto più di un aiuto economico. Permette alla Germania di risollevarsi nonostante le macerie e aiuta l’Europa occidentale a ripartire, costruire, sperare. In cambio, c’è un chiaro allineamento politico: i paesi che ricevono gli aiuti entrano nell’orbita americana.

Non tutti, però, accettano. Alla Conferenza di Parigi del 1947, l’URSS rifiuta l’offerta americana e impone ai paesi dell’Est, compresi Polonia e Cecoslovacchia, di fare altrettanto. I due governi avevano inizialmente accettato, ma furono costretti a ritirare in fretta l’adesione, sotto forte pressione da Mosca. Alla fine, sedici paesi occidentali decidono di partecipare, tra cui l’Italia, la Francia e il Regno Unito.

La risposta sovietica non tarda ad arrivare. Lo stesso anno viene fondato il Cominform, un organismo che serve a coordinare i partiti comunisti europei e a riportare in riga quelli troppo autonomi. Alla riunione segreta tenutasi in Polonia partecipano anche i rappresentanti italiani: il messaggio è chiaro, bisogna scegliere da che parte stare.

Nel frattempo, si apre un nuovo fronte. Il 24 giugno 1948, i sovietici bloccano ogni collegamento con la zona occidentale di Berlino, isolandola nel cuore della Germania Est. È l’inizio del blocco di Berlino: strade, ferrovie, canali… tutto viene chiuso. Gli americani rispondono con una delle più impressionanti imprese logistiche della storia: per quasi undici mesi, aerei carichi di rifornimenti atterrano senza sosta nella città assediata. È il celebre ponte aereo, simbolo di resistenza e solidarietà.

Il blocco termina il 12 maggio 1949. Pochi giorni prima, l’8 maggio, nasce ufficialmente la Repubblica Federale Tedesca (Germania Ovest). A ottobre, l’URSS risponde con la creazione della Repubblica Democratica Tedesca (Germania Est). Le due Germanie diventano così l’emblema della divisione dell’Europa: due stati, due ideologie, due mondi.


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