Immagina il mondo del dopoguerra che ricostruisce case e ponti e, intanto, alza lo sguardo. Tra macerie e antenne sui tetti nasce una sfida nuova: la corsa allo spazio. Non è solo sviluppo tecnologico: è una gara dentro la Guerra fredda, la rivalità senza scontri diretti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, alleati ieri contro Hitler e oggi avversari “a distanza”. La domanda, in fondo, è semplice: quale sistema è davvero superiore, quello liberale americano o quello comunista sovietico? Per dimostrarlo, le due superpotenze si sfidano ovunque, anche oltre l’atmosfera.
Nel 1960 John F. Kennedy, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, rilancia l’immagine della “nuova frontiera”: richiama l’epopea dell’espansione verso Ovest e la proietta nello spazio. Attorno a questa promessa cresce una mitologia potente, alimentata da romanzi e film di fantascienza. Lo senti anche nella cultura pop: in Toy Story, il cowboy lascia il centro della scena all’astronauta, il West cede il passo all’orbita.
Ma cosa significa, concretamente, “conquistare lo spazio”? I problemi sono tanti e testardi: respirare dove non c’è ossigeno, muoversi senza gravità, resistere a caldo e freddo estremi, uscire dall’atmosfera e poi rientrare senza bruciare, recuperare capsule e astronauti in sicurezza. La chiave è il vettore: servono razzi potentissimi. Si parte dai missili sviluppati in Germania a fine guerra, poi perfezionati per spingere una navicella oltre l’aria, nel buio.
La gara si accende con uno squillo che fa il giro del mondo. Il 4 ottobre 1957 l’URSS mette in orbita lo Sputnik, primo satellite artificiale. Gli Stati Uniti rispondono con l’Explorer (gennaio 1958). I sovietici colpiscono ancora: il 12 aprile 1961 Yuri Gagarin compie un’orbita completa della Terra sulla Vostok. A quel punto gli USA alzano la posta, si organizzano e, con la NASA (creata nel 1958), si danno l’obiettivo più ambizioso: la Luna.
È qui che la frontiera diventa storia pop. Il 21 luglio 1969 Neil Armstrong ed Edwin “Buzz” Aldrin scendono dal modulo dell’Apollo 11 e mettono piede sul suolo lunare, in diretta mondiale. Sembra l’inizio della conquista di altri mondi, ma la realtà presenta presto il conto: dopo appena tre anni quel filone si interrompe. Costi e rischi sono troppo alti rispetto ai risultati scientifici e ai possibili vantaggi economici. La corsa non finisce: cambia ritmo.
Negli anni successivi lo spazio diventa meno spettacolare e più quotidiano (senza per questo contare di meno). Accanto a USA e URSS entrano in gioco i paesi della CEE, il Giappone, la Cina. Si mettono in orbita satelliti meteorologici e per le telecomunicazioni, si inviano sonde automatiche verso i pianeti e gli spazi interstellari, si costruiscono stazioni orbitali, si sperimentano navette riutilizzabili come gli Space Shuttle. A terra, la ricaduta tecnologica è enorme: meccanica e metallurgia, chimica dei combustibili e nuovi materiali, telecomunicazioni ed elettronica fanno un salto che ridisegna le industrie di punta e, a cascata, la nostra vita quotidiana.
E poi c’è l’ombra degli equilibri militari. Migliorano i sistemi di lancio e di guida a distanza; gli arsenali missilistici diventano il cuore della deterrenza (cioè la capacità di far rinunciare il nemico all’attacco per timore della risposta); i satelliti spia osservano dall’alto basi e movimenti avversari con precisione crescente. Insomma, lo spazio è insieme un laboratorio dove provare nuove invenzioni, una vetrina per dimostrare il proprio valore e uno scenario dove affrontare i propri rivali.

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