29.5 Parola chiave: Shoah

Il Novecento è stato un secolo pieno di orrori, ma nessuno ha lasciato un segno così profondo nella memoria collettiva come la Shoah: un crimine pianificato, realizzato da uno degli Stati più sviluppati del mondo, con freddezza burocratica e tecnologia moderna.

Shoah in ebraico significa “distruzione”, “annientamento”, ed è il termine più usato oggi dagli storici. Un altro termine usato è olocausto, che deriva dal greco e richiama un “sacrificio totale” offerto a Dio, secondo la tradizione biblica.

La svolta arrivò nel giugno del 1941, con l’invasione dell’Unione Sovietica. Per i nazisti non era solo una guerra contro un altro esercito, ma una “guerra di annientamento” contro un nemico “giudeo-bolscevico”. Insieme ai soldati avanzavano gli Einsatzgruppen, squadre speciali formate da SS, poliziotti e collaboratori locali. Il loro compito era chiaro: catturare e uccidere sul posto ebrei, comunisti, partigiani. Le stragi avvenivano nelle foreste, nei villaggi, davanti a fosse comuni scavate in fretta.

Nel 1940 erano già stati uccisi circa 100.000 ebrei. Un anno dopo, il numero era già dieci volte tanto. Lo sterminio stava diventando un sistema organizzato.

Per “ottimizzare” il processo si cercò un metodo più rapido, impersonale, efficiente. Così nacque l’uso del gas. I primi esperimenti risalgono al 1939, nei centri dove i nazisti uccidevano disabili e malati mentali. Usavano furgoni a gas: camion chiusi in cui le vittime morivano soffocate durante il trasporto. Ma tra la fine dell’estate e l’autunno del 1941, lo sterminio fece un salto di qualità: vennero costruiti veri e propri campi della morte.

Il più noto è Auschwitz-Birkenau, in Polonia. Nato come campo per prigionieri politici, divenne una gigantesca fabbrica della morte. C’erano baracche, forni crematori, una fabbrica di gomma della I.G. Farben. Il 3 settembre 1941, un gruppo di prigionieri sovietici venne usato come cavia per testare un nuovo gas: lo Zyklon-B. Funzionò. In poco tempo, furono costruite camere a gas sempre più grandi.

Nel gennaio del 1942, durante la Conferenza di Wannsee, i vertici nazisti discussero i dettagli della Soluzione Finale: treni, campi, deportazioni. L’obiettivo era chiaro e spaventoso: cancellare il popolo ebraico dalla mappa d’Europa.

I numeri parlano da soli. A Chelmno furono uccisi circa 150.000 ebrei, a Sobibor 200.000, a Belzec 550.000, a Treblinka 750.000. Solo in questi quattro luoghi, fu sterminata gran parte della popolazione ebraica polacca. Auschwitz-Birkenau restò attivo fino al 1944, e lì morirono oltre un milione di persone, provenienti da tutta Europa: Grecia, Ungheria, Francia, Italia, Olanda, Germania.

Alla fine della guerra, il bilancio era sconvolgente: tra cinque e sei milioni di ebrei assassinati. E non furono le uniche vittime: anche Rom, serbi, polacchi, ucraini, russi vennero sterminati nei campi.

Ma chi furono i colpevoli? Non solo le SS. Il sistema funzionava perché molti altri sapevano, collaboravano, tacevano. Medici, ingegneri, burocrati, professori, ferrovieri: tutti coinvolti, direttamente o indirettamente. Le ferrovie tedesche organizzavano i treni della morte; i governi collaborazionisti, come quello francese o slovacco, consegnavano i propri cittadini ebrei. Solo in rari casi – come in Danimarca o in alcune zone sotto controllo italiano – si cercò davvero di salvare più vite possibili.

E la gente comune? Spesso voltava lo sguardo altrove. Antisemitismo, paura, interesse personale. Le case lasciate dagli ebrei venivano occupate, le loro valigie saccheggiate, i loro beni venduti. Molti collaboratori si arricchirono così.

La maggioranza delle persone non approvava apertamente lo sterminio, ma si rifugiava nell’indifferenza, cercando di sopravvivere e di non vedere. Ma anche questa passività contribuì a rendere possibile l’orrore.

I campi di sterminio facevano parte di un vero e proprio “universo concentrazionario”, gestito dalle SS. Una rete vastissima, che andava dalla Norvegia a Creta, con oltre 10.000 strutture tra campi, ghetti, ospedali psichiatrici e case per bambini. Alla fine del 1944, i campi ospitavano 600.000 prigionieri, di cui circa 480.000 erano considerati “idonei al lavoro”. Lavoravano nelle fabbriche, nelle miniere, raccoglievano e selezionavano gli oggetti dei deportati uccisi.


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