Ti è mai capitato di assistere a una partita che sembrava già vinta, quando all’improvviso tutto cambia con un solo colpo? Ecco, nella Seconda Guerra Mondiale, quel colpo si chiama Pearl Harbor. Un attacco improvviso, spettacolare e devastante che costrinse gli Stati Uniti a entrare in guerra, ribaltando completamente le sorti del conflitto mondiale.
Nel grande scacchiere della guerra, l’Asia e il Pacifico erano un fronte gigantesco, fatto di giungle, oceani e arcipelaghi. I giapponesi lo chiamavano “Grande guerra dell’Asia orientale”, e non a caso: da anni avevano invaso la Cina, sperando di farne un proprio impero coloniale. Ma la Cina non era sola: anche se gli Alleati – in particolare Stalin, Churchill e Roosevelt – davano priorità all’Europa, gli occhi restavano comunque puntati sul Pacifico.
Churchill, pragmatico, vedeva l’aiuto alla Cina come un diversivo, un modo per alleggerire la pressione sull’India. Eppure, la Cina era considerata strategica per il futuro equilibrio dell’Asia: era l’unico grande Paese in grado, secondo gli americani, di tenere testa al Giappone. Così, quando i giapponesi misero piede nell’Indocina francese, divenne chiaro che la questione non riguardava più soltanto la Cina: Filippine, Malesia, Singapore, Indie Olandesi… gli interessi coloniali di mezzo mondo erano improvvisamente in pericolo. E l’America non poteva più restare a guardare.
Già prima del famoso attacco di Pearl Harbor, gli Stati Uniti avevano cominciato a sostenere la Cina con aiuti militari tramite il programma “Affitti e prestiti”, lo stesso che aveva salvato gli inglesi. Nel luglio del 1941, Washington impose al Giappone un embargo su petrolio e finanze: una mossa potente, che Tokyo lesse come una vera e propria dichiarazione di guerra.
E così arriviamo a quella mattina del 7 dicembre 1941, quando i cieli delle Hawaii si riempirono di aerei giapponesi. Pearl Harbor, la grande base navale americana, venne bombardata all’improvviso. Fu uno choc. Gli Stati Uniti, fino a quel momento fuori dal conflitto, entrarono ufficialmente in guerra contro le potenze dell’Asse.
Da quel momento, l’appoggio americano alla resistenza asiatica non fu più clandestino: armi, soldi e addestramento arrivarono direttamente a figure come Mao Zedong e Ho Chi Minh, il leader comunista dell’Indocina destinato a fondare il Vietnam moderno. L’Unione Sovietica, intanto, era troppo impegnata sul fronte occidentale per sostenere l’Asia: il testimone passava ormai agli americani.
Tuttavia, Pearl Harbor fu solo il primo atto. Nelle stesse ore, i giapponesi invadevano la Malesia e la Thailandia, minacciando direttamente la Birmania britannica. L’obiettivo? Bloccare la leggendaria “Burma Road”, una strada vitale per far arrivare rifornimenti in Cina.
Anche le Filippine si trovarono presto nel mirino. I giapponesi le bombardarono con tale precisione da distruggere più della metà degli aerei militari americani in un solo colpo.
Nel frattempo, gli americani – nonostante la dottrina “Europe First” – concentrarono due terzi della loro flotta nel Pacifico. Era un segnale chiaro: la partita contro il Giappone non era una distrazione, ma un fronte strategico, anche sul piano psicologico. L’umiliazione subita a Pearl Harbor andava vendicata.
Le battaglie che ne seguirono furono innumerevoli e distribuite su un territorio così vasto che sarebbe impossibile raccontarle tutte. Una delle prime decisive fu quella del mar dei Coralli, tra il 4 e l’8 maggio 1942. Il Giappone voleva conquistare Port Moresby, in Nuova Guinea, ma per la prima volta nella storia una battaglia navale si combatté solo con gli aerei: le navi nemiche non si incontrarono mai. Fu un pareggio tattico, ma una vittoria strategica per gli Alleati: la Nuova Guinea restò libera.
Decisivo fu anche l’impiego del sistema ULTRA, una tecnologia che permetteva di intercettare e decifrare i codici giapponesi. Grazie a ULTRA, gli americani scoprirono i piani per un attacco a Midway, un piccolo atollo dalla posizione strategica, perfetta per colpire le Hawaii. A giugno del 1942 si combatté lì una delle battaglie più importanti della guerra nel Pacifico: gli americani persero una sola portaerei, i giapponesi ben quattro. Per il Giappone fu la prima grande sconfitta e l’inizio della ritirata. Da quel momento, l’espansione si fermò: i giapponesi furono costretti ad abbandonare un’isola dopo l’altra.

Lascia un commento